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IL RAZZISMO POLITICAMENTE CORRETTO
Ricevo questa lettera e volentieri pubblico.
Caro Roberto,
ti scrivo sapendoti da sempre sensibile alla causa di quelli che Brera chiamava, affettuosamente, "fratelli grassi". Non so quanto ti possa interessare l'universo, elegante e un pò snobistico, della lirica: ma saprai meglio di me che in questi giorni, sotto ai riflettori della Scala milanese, si è assistito ad una vergognosa e deliberatissima forma di discriminazione. "Fisica", dicono alcuni. Quasi razziale, aggiungo io. Il tenore Stuart Neill, di indubbio talento ed effettiva "voluminosità" corporea (ma non è l'unico nel settore, anzi) ha subito un feroce ed esplicito attacco da parte di gruppuscoli di presunti melomani. Il motivo: centrate e legittime critiche tecniche? Assolutamente no: il girovita. Basta sfogliare le pagine del Corriere per apprendere come una qualsiasi Marta Marzotto (sul cui giudizio preferisco esimermi) si dichiari "turbata dalla grassezza e dalla bruttezza" di Neill, ammiccando ad un fiume in piena di commenti velenosi, allusioni umilianti, "stroncature" di surreale cinismo. Eccettuato un gentleman come Paolo Isotta - che, non a caso, preferisce parlare di musica, punzecchiando semmai la performance canora-, i profeti in patria del "bello" hanno vomitato ilarità sulla "presenza inadeguata" del tenore. E allora, mi domando: il talento, la verve, il carisma di un artista si misurano con il compasso? Non abbiamo forse sbandierato sino all'altro ieri una "perla rara" come Pavarotti, che di certo non svettava per le forme adamantine? Forse, ma si può sempre soprassedere. Nel bene o nel male, ci siamo adeguati ai canoni talvolta ipocriti del politically correct: ma quando c'è di mezzo un "grassone", il bon ton non regge alla verifica della realtà. E l'arroganza morale e "fisica" di certi esteti a buon mercato finisce per fare da padrona.
Alberto Magnani
Studente liceale e giornalista
9 Dicembre 2008 |