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VIAGGIO A TOKIO
Davanti al parco imperiale, tra le torri dove comincia il quartiere di Ginza, c’è un grande albergo con una piscina al ventesimo piano. E’ un dei posti migliori di Tokio per capire la città e il Giappone, basta andarci al tramonto. Qui fa buio presto anche perché il sole sorge in fretta – non per niente si chiama Paese del Sol Levante – e se ne va di conseguenza con molto anticipo sui nostri usi e costumi. La piscina ha una doppia entrata, una per gli uomini e una per le donne. Nuotando a dorso, con gli occhi rivolti verso l’alto, gettando lo sguardo oltre la vetrata e rimanendo così, immobili, sembra di stare sospesi nell’acqua tra i grattacieli che a poco a poco accendono le loro mille luci. Tokio, da quella prospettiva, sembra una città occidentale, per nulla diversa da una grande metropoli americana o europea, con i suoi giganti di vetro e cemento. Però, rivolgendo lo sguardo in basso, verso i bordi della piscina, si comprende subito che non stiamo in Occidente. Gli asciugami e gli accappatoi sono perfettamente impilati, le cuffie sono rigorosamente divise in due canestri, di qui le rosse (medium size), di là le blu (large size). Non c’è nulla fuori posto.
Questa è Tokio, la porta del Giappone, una nazione che vive la sua diversità, il suo essere Oriente sotto una corteccia di occidentalità. Dai piani più alti dei grattacieli si possono vedere i tetti del palazzo imperiale, nascosto in mezzo al verde. Nel parco, dove alla mattina presto gli ospiti occidentali osservano il precetto del jogging, vicino alla fontana, ci sono giovani giapponesi che leggono libri e vecchi clochard che si lavano i piedi. Anche nel disordine di vite allo sbando qui c’è un certo ordine. Tokio è una città affascinante, ma non propriamente turistica. Tokio è una città da vivere, non da vedere. E’ una città-città. Per capirci: Londra, Parigi, Berlino, Firenze, Roma sono città-museo, nascondono qualcosa dietro la loro più o meno grande modernità. A Tokio non c’è nulla di antico. Certo, non mancano i musei, anzi, ce ne sono tantissimi e di tutti i tipi. A Saitama, una delle immense megalopoli che circondano la megalopoli senza soluzione di continuità – nelle foto del Giappone dal satellite c’è un’immensa macchia che copre tutta la parte centrale dell’isola di Honshu: va da appena sopra Tokio fino a Osaka: è un’immensa città fatta di tante città – c’è perfino un bellissimo museo dedicato a John Lennon e inaugurato il 9 ottobre del 2000, il giorno in cui l’anima dei Beatles avrebbe compiuto 60 anni. Però nessuno viene qui per vedere i musei.
Tokio assomiglia più a un città americana. E infatti i giapponesi l’hanno ricostruita dopo la seconda guerra Mondiale come se fosse New York, perché volevano che fosse meglio di New York, come loro volevano essere più grandi degli americani che li avevano battuti. Però è abitata da giapponesi. Questo è il suo limite e il suo fascino: non può essere a misura di noi europei, ma vale un viaggio, un’esplorazione. Tokio è una città da vivere per strada, attraversando i suoi quartieri, sentendo i suoi odori e i suoi profumi, scoprendo le sue contraddizioni. E’ una bellissima esperienza una tantum.
Una sera con un amico, l’ho attraversata in macchina. A un incrocio c’era un display luminoso: 00.03. Ho guardato l’orologio per confrontare l’ora, ma il mio faceva le 00.45. Ho fatto una battuta: “Anche i giapponesi sbagliano, quell’orologio è fermo”. Lui ha sorriso: “Quello non è un orologio, tiene il conto dei morti e dei feriti per incidente a quell’incrocio. Oggi nessun morto e tre feriti”. Non ho più aperto bocca. Siamo andati sulla collina di Ebisu per salire all’ultimo piano di un grattacielo e vedere Tokio di notte. Spettacolo affascinante. In basso, proprio in mezzo ai grattacieli, c’è la perfetta riproduzione di un palazzotto parigino che racchiude la dependance giapponese di un famoso cuoco francese. A Tokio si mangia bene. Ci sono grandi ristoranti europei, grandi ristoranti giapponesi e soprattutto ci sono i baracchini degli yakitori, gli spiedini di carne mista, sotto i ponti delle ferrovie, del metro, delle autostrade che attraversano la città. Rappresentano una specie di frontiera. Di qui un quartiere, di là un altro. Quelli che tagliano Ginza offrono un contrasto straordinario. A distanza di pochi metri gli uni dagli altri convivono le boutique con le griffe più famose, i negozi di frutta che hanno la stessa struttura delle gioiellerie con le angurie che costano 110 euro l’una e i baracchini dove i giapponesi vanno a bere e sakè, birra soprattutto. Ci si siede sulle casse della birra che fanno anche da tavolo. Dalle griglie sale il fumo della carne, del pollo, delle verdure.
Si incontra un’umanità differente, poco turistica. Di qua e di là, oltre i sottopassaggi nebbiosi, si muovono uomini in grigio e donne eleganti. Le macchinone con autista fanno la fila al venerdì e al sabato. Ma qui è un’altra Tokio quella che vibra. E’ una Tokio più profonda, più autentica, quella dell’insoddisfazione e del desiderio di libertà che spesso coincide con il bere.
Il primo a favorire questa contaminazione, l’incontro e lo scambio con le altre nazioni fu l’imperatore Meiji a cui è dedicato il tempio all’interno di un bellissimo e lussureggiante parco. Forse l’imperatore non pensava, quando promulgò la Costituzione Meiji alle conseguenze dell’apertura a noi stranieri. Adesso ci aggiriamo per i grandi viali del suo parco, sotto gli archi shintoisti e acquistiamo i talismani dai guardiani del tempio. Ce n’è uno per ogni occasione: per i viaggi, per i figli, per le energie positive, per la donna amata. Poco più in là, a Shinjuku c’è uno dei tanti quartieri giovanili. Piccoli negozi vendono abiti, gioielli, cianfrusaglie. Grandi negozi vendono anche qui abiti e scarpe firmati. In un piccolo caffè dall’altra parte del Keio Department Store, sembra trovarsi a Vienna o a Parigi. Tokio è così. Ti porta via da sé e ti riprende. Basta emergere dalla stazione di Shibuya. Qui, sulla grande piazza nascono le tendenze giovanili. Sono le ragazze a portarle avanti. Ultimamente andavano molto i pantaloni sotto la gonna. Tra i palazzi di Shibuya ce n’è uno dove, sul tetto, hanno ricavato un campo da calcio. Non è il solo della città. Gettando lo sguardo oltre le reti che segnano i bordi del campo, pare di giocare sospesi, nel vuoto, tra i grattacieli. E un altro viaggio nel cuore di Tokio può cominciare.
30 Gennaio 2003 |