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IL PRIMO EXTRACOMUNITARIO DELLA (MIA) STORIA
Dedicato a mio cugino Roberto
Di Roberto Perrone
“Stasera andiamo a vedere il negro”. Usò proprio questo termine mio cugino. Nessuno ebbe niente da ridire, né sul fatto di andare a vederlo, nel sul fatto che lo avesse chiamato in quel modo. A quei tempi dare a una persona di colore del “negro” non sembrava un’offesa. Probabilmente lo era, perché nessuno anche tra le persone più impegnate, più progressiste, si scandalizzava.
Mio cugino, poi, era di sinistra e sicuramente non voleva offendere nessuno, né tanto meno, marcare delle differenze razziali. Ci mancherebbe. Io non ne capivo molto, in quell’estate del 1970, di destra e sinistra. Capivo molto di più di ala destra e ala sinistra, di Mazzola e Rivera, sapevo tutto della staffetta, meno del resto. Nulla mi entusiasmava, a “livello culturale” quanto la lettura dell’Intrepido o del Monello. Mia madre, timorata di Dio, sussurrava che mio cugino era “comunista”. Questa, mi sembrava di capire, era una cosa non proprio corretta, per lei. Però anche mia madre non faceva distinzioni di razza, di censo o di politica. Del resto anche mio padre raccontava di votare per il Pci. Però mio madre non s’arrabbiava e io avevo maturato la convinzione che mio padre lo dicesse ma poi non lo facesse, sul serio.
Comunque mio cugino non era del Pci, ma di un partito che si chiamava Psiup. Adesso non c’è più.
Aveva cominciato giovanissimo a lavorare come operaio nella fabbrica della Michelin, quella delle gomme. Poi, però, era diventato impiegato perché aveva studiato ai corsi serali e sapeva tantissime cose. Adesso si direbbe che era “colto”. Viveva a Saluzzo con sua madre, la sorella maggiore di mio padre. Tra i due c’erano quindici anni. Considerato, poi, che lei aveva fatto un figlio presto e mio padre tardi, Fausto, così si chiamava mio cugino, era più vicino, come età, a mio padre che a me. Quell’estate, di ritorno dalle vacanze in Val d’Aosta, ci fermammo a trovarli. Abitavano in una casa di ringhiera del centro. Ricordo una finestra da cui filtrava la luce del lampione del cortile, e, oltre la finestra i profili antichi dei palazzi e, brillante alla luce della luna, la sua canottiera bianca di schiena quando dormiva, nel letto gemello del mio, appoggiato al muro opposto della stanza. Ricordo i primi raggi del sole che rischiaravano la sua collezione di dischi che gli incombeva sulla testa.
Non erano Battisti o l’Equipe, ma tutta roba classica. Fausto s’infervorava parlando benissimo di un tale, Schoemberg, ma quando me l’aveva fatto sentire per poco non mi era venuta l’influenza.
Invece, sopra la mia, di testa, c’era il Capitale di Carlo Marx. Mio cugino diceva di averlo letto tutto. Gli credevo ma mi sembrava una roba pesante, in tutti i sensi. E averlo là sopra, alla notte, mi metteva un po’ d’apprensione. E se la mensola non reggeva?
Alla mattina eravamo stati a fare il bagno nel Po. Mi ricordo una lingua di sabbia che pareva infinita e un rigagnolo d’acqua. Mio cugino mi aveva avvertito: “Occhio, il Po è il Po, come tutti i grandi fiumi si restringe, ma resta se stesso”. Me ne accorsi quando mi staccai dalla sabbia, e venni subito attirato verso il fondo, che, anche nel rigagnolo, era proprio fondo.
Mio cugino mi afferrò, poi mi diede una spinta e l’ennesima lezione. “L’acqua dolce non è quella salata. Non c’è il sale, che aiuta a galleggiare, quindi devi fare lavoro doppio per restare a galla”. A me mio cugino piaceva. Poteva essere mio padre, ma anche se sapeva un mucchio di cose e ci teneva sempre a raccontarle – quindi tendeva a diventare uno spaccaballe - a me piaceva starlo ad ascoltare.
Quella sera andammo a vedere il “negro”. C’era un torneo “a sette” dei bar della zona, su un campo in un paese vicino. A quei tempi, d’estate, il calcio andava veramente in vacanza, non come ora. Gli appassionati si cibavano di quei tornei. “Prima, quelli più importanti, li giocavano anche i professionisti” raccontò mio cugino mentre percorrevamo la provinciale.
C’era tanta gente e ci toccò posteggiare lontano e fare un bel pezzo di strada a piedi. Eravamo io, mio padre e mio cugino. Il campetto era circondato da tribune di ferrotubi già mezze piene un’ora prima della partita.
Di quella sera ricordo perfettamente tre cose. La gente, la gazzosa immensa che mi comprò mio cugino – mai più vista una bibita “singola” così grossa - e l’arrivo del “negro”.
Spuntò dalla notte che era scesa in sella a una lambretta scassata, da solo, con una sacca di tela sul portapacchi. Sembrava uno normale. Nel senso che non pareva particolarmente robusto o alto o prestante. La gente si accalorò, nel vederlo, c’è chi si sporgeva dalle gradinate apposta, chi gli andava incontro e lo abbracciava.
“Si chiama Malik e viene dal sud dell’Egitto, al confine con il Sudan. Ecco perché è così nero” spiegò mio cugino e si lanciò in una filippica contro la colonizzazione. Io non lo stetti a sentire, ma osservai lui, Malik, catturato dal suo modo di camminare. Sistemò la lambretta accanto alla porta della baracca che faceva da spogliatoio, sulla porta fece un cenno ai compagni di squadra che si stavano cambiando dentro. Poi si tolse i jeans: sotto aveva i pantaloncini. La maglietta l’aveva già indosso.
“Perché non si cambia con gli altri?” chiesi a mio cugino.
“Malik è così. Arriva, gioca e se ne va. Fa parte del mito”.
“Che cos’è il mito?”
“Te lo spiego poi, adesso vediamoci la partita”. Era la semifinale del torneo e fu una partita durissima. Io pensavo che in un campo così stretto si facessero un mucchio di gol. Invece i giocatori non trovavano mai spazio. La mia gazzosa era ormai calda e sgasata quando, a dieci minuti dalla fine della partita, Malik ricevette una palla lungo la linea destra del campo. Fece un paio di finte, poi se la portò avanti con un doppio passo. A me non piaceva il doppio passo anche perché lo faceva un mio amico a cui non riusciva mai e perdevamo sempre la palla, però quello fu micidiale: fece fuori il terzino. Però si era allungato troppo la palla e io pensai che non l’avrebbe più raggiunta prima della linea di fondo.
Lo pensò anche tutto il pubblico cje ebbe quel rilassamento caratteristico di chi è convinto che l’azione sia finita. Lo pensò soprattutto il portiere che si piazzò sul primo palo con troppa sufficienza. Invece Malik accelerò ancora e s’inventò un tiro di violenza e precisione: la palla passò tra la testa del portiere, il palo e la traversa e gonfiò la rete.
Pensai che le gradinate di ferrotubi sarebbero crollate scosse com’erano da terremoto che seguì a quel gol. Tutti esultavano al punto che non sembravano che ci fossero due tifoserie ben distinte. I compagni di squadra abbracciarono Malik e anche un paio degli avversari andarono a stringergli la mano.
La partita finì 1-0 per il “Bar Rosa” che andò in finale.
Malik, appena l’arbitro fischiò la fine salutò l’arbitro, i compagni, gli avversari e, infine, fece un timido gesto verso il pubblico che lo acclamava. Si rimise i jeans, inforcò la lambretta e sparì in fondo alla notte, verso i grilli che non la smettevano un attimo di ciarlare.
Io avevo visto che tra quelli che lo salutavano c’era anche mio cugino.
“Lo conosci?”.
“Sì, lavora in un magazzino di stoccaggio, non distante dalla fabbrica dove lavoro io”.
“Che cos’è lo stoccaggio?”
“Poi te lo spiego. Hai visto che forza? Per me se non ci fosse il blocco delle frontiere giocherebbe tra i professionisti”.
Mi raccontò che se n’era andato dalla sua terra per sfuggire alla povertà, che aveva una moglie, una figlia e aspettava che gli dessero la cittadinanza italiana.
Quella notte, steso sul letto, per la prima volta da tre giorni non pensai al Capitale che poteva crollarmi in testa, ma al gol di Malik. Persino più bello di quello di Rivera contro la Germania.
Quasi avesse letto nel mio pensiero, sentii mio cugino che diceva, da dentro la canottiera bianca: “Forte il negro, neh?”.
Sono andato con mia moglie e mia madre al funerale di mio cugino Fausto. E’ morto un anno dopo mio padre, ma la sua è stata una fine migliore, se si può sottilizzare, giunti a questo bivio. Un giorno se n’è andato da solo a fare una gita in montagna – come si chiamano le Alpi in provincia di Cuneo? Cozie, Graie, boh? – e non è più tornato. L’hanno trovato steso in un prato. Pareva dormisse. Il cuore, hanno detto.
C’era tanta gente in Chiesa. Era un uomo molto amato. Non mi ha stupito tutta quella folla. Sapevo che persona era mio cugino Fausto.
Però, in fondo al Duomo, ho visto un signore di colore con i capelli riccioli tutti bianchi. Lui mi ha sorpreso. Indossava un cappotto nero e portava una cravatta nera sopra una camicia bianca. Lo confesso: l’ho guardato tante volte, abbastanza da imbarazzarlo. Ma lui, più serio di me, seguiva la funzione. Alla fine ho mollato tutti e l’ho rincorso.
“Signor Malik…”
Lui si è volta, sorridendo. Aveva due file di denti bianchi. Veri, non roba da dentista.
“Sì, sono io”. Gentile, per nulla intimorito.
“Mi scusi se l’ho fermata così, ma io l’ho vista giocare, tanti anni fa, in un torneo estivo, con mio cugino. Era bravissimo”.
“Sì, Fausto era una gran brava persona”.
Sorrisi. Eravamo lì, sul sagrato della Chiesa in quel giorno di fine marzo ancora freddo, mentre il funerale si stava concludendo.
“Lo so, ma io mi riferivo a lei, a come giocava”.
“Grazie”.
“Non so se si ricorda, magari di gol ne ha fatti tanti. Ma per me è stato fantastico: un tiro impossibile, tra palo, traversa e portiere”.
“Bar Rosa, vincemmo la semifinale. E poi anche la finale. Ha visto anche quella?”.
“No”
“Partita migliore, anche se apparentemente senza storia: 3-0 per noi, io feci una doppietta. Il proprietario del bar mi regalò un frigorifero. Era il primo che possedevo”.
Restammo in silenzio. Poi lui mi porse la mano da stringere.
“Lo sa che mio cugino la chiamava il negro?”.
Lui mi guardò, fu lui a sorridere.
“Tutti mi chiamavano il negro, a quei tempi. Adesso non più. Pensano di offendermi”. Allargò le braccia come arrendendosi di fronte a una spiegazione non trovata.
“E lei si offenderebbe?”.
“Mi offenderei se la persona che pronuncia “negro” volesse offendermi. Le parole, da sole, non fanno male. Purtroppo è cambiata la gente, io negro ero e negro rimango”. Rise di gusto alla battuta e mi unii a lui.
“Mio cugino diceva che avrebbe potuto giocare tra i professionisti”.
“Quello è stato veramente offensivo, quella è stata la vera discriminazione che ho subito. Quando penso a tutti i negri scarsi che hanno preso a cominciare dagli anni ’80, mi girano veramente i coglioni. Mi scusi l’espressione”.
(apparso su Linea Bianca)
11 Febbraio 2005 |