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RICORDO DI LUCA



Quali ricordi? Di Gianluca Signorini resta un viso sempre sereno e sorridente, uno sguardo vivo, un sorriso vero. In questi momenti, quando la morte, specialmente quella che segue un malattia terribile come sclerosi laterale amiotrofica, ci avvicina inesorabilmente, azzerando le differenze di razza, sesso, censo, carattere, siamo portati solo a dire il bene e a omettere il male, non solo per pietà, ma anche per paura di non avere, un giorno, lo stesso trattamento. Nel caso di Luca, però, è inevitabile quest’esercizio di buona volontà. Luca era una persona perbene. Un termine desueto, in questo mondo rovesciato, dove la trasgressione è diventata la norma. Aveva il pallone, il suo mestiere, aveva una splendida famiglia, la sua vita, la moglie Antonella e i figli Alessio, Benedetta, Andrea e Giulia, la più piccola, nata poco prima del manifestarsi del male che lo ha prima fiaccato, malgrado un poderoso catenaccio, e poi ucciso.
Con Luca Signorini l’aneddotica non viene in soccorso. Fulvio Collovati, uno dei compagni che gli sono stati più vicini e che ha organizzato la partita in suo onore del 24 maggio 2001, ha detto: <Con Luca passeggiavamo tanto insieme>. Non c’è niente di più normale, di più semplice, di più immenso. Passeggiare con un amico, sentirne la presenza accanto, sapere che si può contare su di lui.
Questo è il suo insegnamento: ha preso il calcio e la vita con grande serenità, senza fare nulla di speciale se non attraversare ogni giorno con il piccolo coraggio che serve per le cose mai banali sui cui si affastella l’esistenza, e poi con quello enorme che occorre per combattere contro una malattia devastante. Era un libero possente, amato dai suoi allenatori perché capiva il calcio: dove non arrivava con la tecnica arrivava con l’intelligenza. Sarebbe stato un grande allenatore. Aveva cominciato con i ragazzini.
Dopo la gavetta in serie C, era stato catturato da Arrigo Sacchi che l’aveva portato a Parma. Dopo una tappa a Roma, aveva trovato la sua casa a Genova, dove aveva conquistato subito la promozione in serie A. Grazie a lui uno dei soliti proclami di Scoglio, che l’aveva fortemente voluto, non era finito in fumo: <Con Signorini faremo 50 punti>.
Ne fecero 51, poi arrivò Bagnoli e Luca fu capitano di quella squadra eccezionale, la migliore degli ultimi settant’anni, un Genoa da amare a colori, dopo decenni in bianco e nero. Era il Genoa del quarto posto in campionato, della semifinale di Coppa Uefa, di Anfield Road e della diagonale vincente Signorini-Bortolazzi-Skuhravy. Era la squadra a cui Luca ha dato tutto e che oggi sarà a fianco del capitano che se ne andrà con la sua maglia numero 6, che nessuno, al Genoa, indosserà mai più. Si poteva imparare da lui, si potrà sempre imparare da lui, dalla forza con cui si è presentato a Marassi, un anno e mezzo fa, sulla sedia a rotelle spinta dalla figlia Benedetta. E allora è venuto il momento di riscrivere la storia delle videocassette che Sacchi voleva che Baresi guardasse <per imparare da Signorini>. Per anni è stata raccontata come uno scandalo e una vergogna. Ma lo scandalo è credersi intoccabili e la vergogna è nell’arroganza di chi non sa che chiunque può esserci maestro. A maggior ragione Gianluca Signorini. Per la tecnica e per il coraggio con cui ha affrontato il suo male, negando al solito procuratore Guariniello la soddisfazione di rivelazioni scottanti: <Macchè doping, è stato il destino. Luca non avrebbe mai preso nulla di illecito> disse sua moglie Antonella. Luca era troppo onesto per farlo, era troppo intelligente per credere che si potesse diventare migliori con un additivo chimico. Forse la storia di Baresi è una leggenda. Se così non fosse, sia l’ex capitano del Milan che la sua sciocca corte di indignati, che tutti noi, possiamo imparare ancora da Luca Signorini. Abbiamo la fortuna del suo esempio e il tempo per seguirlo. Grazie Luca e buona passeggiata.
(APPARSO SUL CORRIERE DELLA SERA)



30 Gennaio 2003




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