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UNA FAVOLA: LA NONNA DI AMELIA



Dicono che la mia seconda figlia assomigli a mia madre. Io, di queste faccende delle somiglianze, non ci ho mai capito granché. Ogni tanto la guardo e mi sembra così piccola, anzi lo è, visto che ha solo otto anni, mentre mia madre era così vecchia. Di lei ho visto qualche foto di quand’era ragazza, ma non le trovo più. Questa è un’altra delle cose che mi sono ripromesso di fare, quando tutta questa confusione sarà finita. Al funerale stavamo vicini, io e Amelia, si chiama così la mia seconda figlia, e quando la funzione è finita la gente veniva a porgermi le condoglianze (sono figlio unico e mio papà è ormai morto da tanti anni). A un certo punto una signora anziana, di cui non ho compreso il nome, mi ha dato la mano e ha fissato il viso di Amelia: “Uguale alla sua povera mamma, com’è buono Dio”. Lì per lì non ci ho fatto caso, ma la frase dell’anziana amica della mamma mi è tornata in mente alla sera, quando anche la casa si è svuotata e tutti hanno lasciato me e la mia famiglia da soli. Ho acceso la Tv per vedere il telegiornale. Erano giorni che vivevo fuori dal mondo, immerso in una specie di limbo, dimentico di ogni cosa che non fossero i preparativi del funerale, ma quella sera avevo deciso che era il momento di ritornare a vedere cosa stesse succedendo nel mondo.
Ero molto legato a mia madre. Forse perché sono figlio unico, forse perché me ne sono andato a vivere in un’altra città quando avevo vent’anni e la lontananza non ha diminuito l’affetto per lei, anzi, l’ha aumentato.
Per questo pensavo a lei pur avendo la televisione accesa davanti a me. Non mi sono accorto che mia figlia Amelia si è seduta accanto a me sul divano.
“Papino – mi ha chiesto – la nonna non tornerà più, non è vero?”. Il suo visino era compunto, ma non triste. Quando era più piccola, scherzando con mia moglie, che ora sentivo pulire le stoviglie in cucina in compagnia della mia figlia più grande, sostenevo che aveva il pelo sullo stomaco. Ora ho cambiato idea e se c’è una cosa in cui credo che veramente assomigli veramente a mia madre, è in questo distacco, in questa capacità di tenersi dentro i sentimenti, di non gettarli via, ma di conservarli per chi saprà veramente meritarseli. E’ strano, ma in quel momento, di fronte a quella domanda, mi sono ricordato che mia madre non mi ha mai fatto grandi discorsi, che era col suo sguardo e con quello che faceva ogni giorno che mi insegnava a vivere. Sarò capace di fare lo stesso con i miei figli? Amelia aspettava una risposta. Allora, dai recessi della mia memoria, qualcosa si saldò al presente, come una corda lanciata tra passato e presente. Mi ricordai delle parole dell’anziana signora al funerale e a quel “com’è buono Dio” e passai d’istinto ad un’immagine di me, di mio padre e di mia madre in un paesino di montagna dove andavamo per qualche giorno in vacanza d’estate. Ho fissato Amelia è ho cominciato a raccontare.
“Sai, io, il nonno che tu non hai conosciuto e la nonna ogni estate passavamo un paio di settimane in un paese di montagna, in Val D’Aosta. Io ero contento perché mi piaceva viaggiare in automobile, come a quel matto del tuo fratellino. A proposito dov’è? (Lo sentii filare sul suo triciclo nel corridoio e mi tranquillizzai). Dei nostri parenti che erano più ricchi di noi avevano un appartamento in questo bel paesino e a settembre, quando la stagione faceva più fresco e loro tornavano a casa, ci lasciavano il posto.
Con la nonna spesso andavamo ai vespri e il parroco faceva una breve omelia. Era una chiesa di montagna e c’era il pulpito, sai quella specie di terrazzino che si vede nelle chiese e che ora non si usa più. Ma prima non c’erano i microfoni e gli altoparlanti e per farsi sentire i sacerdoti salivano fin lassù. E’ uno dei primi ricordi che ho nella mia vita: stavo con la tua nonna sotto il pulpito e seguivo affascinato il prete che si sbracciava e gesticolava. A un certo punto ha detto: “Anche se vostra madre vi abbandonasse io non vi abbandonerò”. Io mi sentii le lacrime salire negli occhi, ero pieno di terrore, mi domandavo: ma come, mia madre mi può abbandonare? Così, timidamente, alzai lo sguardo che avevo gettato verso il pavimento della chiesa quando il prete aveva pronunciato quella frase e tornai a fissare il volto di mia madre su cui spuntò un grande sorriso”.
“Le mamme non abbandonano il bambini” disse Amelia che aveva seguito attentamente il mio racconto.
“No, anche se può succedere che si allontanino – proseguii – magari non per colpa loro. Vedi, quella frase del prete, malgrado il sorriso di mia madre, mi era rimasta impressa e crescendo non mi ha mai lasciato. Passarono degli anni e noi continuammo ad andare nel piccolo paese che non era poi più tanto piccolo perché con gli anni costruirono altre case e c’era sempre più gente. Io mi feci degli amici e con loro giocavamo a pallone o giravamo per i prati intorno al paese. Ma le mamme ci avevano proibito di avventurarci nel bosco, specialmente verso sera. Una giorno cominciò a piovere prima del tempo e tornai a casa in fretta. Tutti i bambini fecero lo stesso. Venne il buio e ci mettemmo a tavola. Stavamo mangiando la fontina che mio papà aveva comprato dal lattaio quando qualcuno bussò alla nostra porta. Era la mamma di Luca, uno dei bambini più piccoli, che abitava non distante da noi. L’accompagnava un’altra signora che non conoscevo. Io mi spaventai perché la mamma di Luca aveva le lacrime agli occhi.
“Mi scusi il disturbo, ma volevo chiedere al suo bambino se ha visto il mio Luca”. Io rimasi immobile, non sapevo cosa dire, ma una carezza della mamma mi invitò a rispondere.
“Giocava con noi, poi si è messo a piovere e non l’ho più visto. Siamo corsi tutti via”. Luca non era tornato a casa, ci spiegò l’altra signora, temevano che si fosse avventurato nel bosco. “Stiamo organizzando le ricerche non è che suo marito…”. Prima che finisse la frase mio padre era sbucato dalla cucina aveva afferrato il giaccone. “Andiamo” disse deciso come faceva quasi sempre. Mia madre abbracciò la mamma di Luca: “Vedrà che lo troveranno, non si preoccupi”.
Così io e mamma restammo da soli in casa. Finimmo di cenare e poi ci sedemmo in salotto. Io pensavo a Luca e pensavo a quello che aveva detto il prete qualche anno prima. Così chiesi alla nonna: “La mamma di Luca l’ha abbandonato, non è vero”.
Mia madre mi sorrise: “No, non l’ha abbandonato, però adesso Luca si sentirà solo e abbandonato”.
“Ma allora magari quel prete sarà con lui, non ha detto “anche se vostra madre vi abbandonasse io non vi abbandonerò” ?”
La nonna mi guardò seria. “Parlava di Dio. Dio sarà sempre con te, è sempre con noi. Dio adesso è con Luca e lo protegge. Ricordati: la mamma non ti abbandonerà mai se credi in Dio. Magari la mamma non c’è, non perché ti ha voluto lasciare, ma perché è successo qualcosa che vi ha separati, però Dio la farà stare lì con te”.
“Io ci credo, ma vorrei che Luca tornasse dalla sua mamma”.
“Allora – mi disse la mamma – potremmo pregare insieme Dio perché torni dalla sua mamma”. Così pregammo io e la tua nonna, in quella casa buia, pregammo fino a quando papà non tornò e ci disse che avevano trovato Luca, che si era perso nel bosco, che era un po’ infreddolito e molto spaventato, ma che stava bene.
Mia figlia Amelia aveva seguito la storia con i suoi occhioni marroni spalancati. “Meno male. Ma non hai risposto alla mia domanda: la nonna non tornerà più?”.
“Prova a rispondere tu: cosa ne pensi?”.
“Io credo che la nonna sarà sempre con noi. Basta pregare Dio, no?”. La guardai e pensai alle parole della signora al funerale: “Uguale alla sua povera mamma, com’è buono Dio”. E’ vero, Dio è buono e non mi ha abbandonato. Capii in quel momento che la vera somiglianza non è quella dei tratti fisici, ma quella dei sentimenti. Guardando Amelia ho riconosciuto mia madre: è stato facile, perché prima di avere lo stesso volto, hanno lo stesso cuore.

(apparso su Piccole Tracce)



2 Febbraio 2003




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