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DI VAIO GOLEADOR DI FAMIGLIA



Marco Di Vaio è un curioso. Della vita, prima di tutto, prima ancora del calcio che è il suo mestiere. Marco Di Vaio è una scoperta esistenziale e anche un modo piacevole e intelligente per allontanare il pensiero (per me sempre più intollerabile) di stare appeso a diecimila metri d’altezza dentro un aereo. Marco Di Vaio ed io parliamo di lui, del calcio, ma anche di tante altre cose, di un viaggio a New York (“dopo Tel Aviv posso andare ovunque”) che vorrebbe fare, prima o poi, della calda estate australiana che è bella da raggiungere ora, quando da noi è inverno, ma che un calciatore, che se la potrebbe permettere, non può frequentare perché questa, per lui, è alta stagione. Strana la vita, nella notte sopra il Mediterraneo che avvolge il rientro del Parma dalla trasferta di Tel Aviv, dove ha pareggiato 0-0 nella partita di andata con l’Hapoel, la squadra che una volta era “rossa”, del sindacato. Una piccola nota, perché, anche se la storia di Marco vale comunque, risultati, gol, successi, insuccessi e altri viaggi sono trascorsi da allora. Tempo è passato, insomma, tra la conversazione ad alta quota e la lettura di questo articolo. Marco Di Vaio è un curioso perché viene da una famiglia di curiosi. Suo padre Gino e sua madre Rossella, infatti, volevano vedere l’effetto che faceva, ma soprattutto volevano per amore, dare una sorellina a quel loro figlio unico calciatore. Così, 22 anni dopo Marco, è arrivata Giulia che ha tre anni e mezzo ed è il punto centrale di casa Di Vaio. “C’è solo lei. Quando arrivo a casa mi cattura, giochiamo, guardiamo i cartoni animati. Sono diventato un esperto. L’altra sera guardavamo un programma dove io ero intervistato: lei mi fissava quindi ritornava alla Tv non capacitandosi di come poteva accadere. E’ una meravigliosa scoperta quotidiana”.
Devono essere speciali i signori Di Vaio per aver messo su un ragazzo così. Di certo per la famiglia hanno sgobbato fino alla pensione, lui custode nello stabile dove abitava la famiglia, lei a far le pulizie in una banca e in un condominio. Marco che “a scuola litigava con lo studio”, però al diploma di ragioniere c’è arrivato. Perché il motto inciso sullo stemma della casata è “mai avuto il posto fisso”. Mai avuto regali. Già, Marco ha sempre dovuto usare gli effetti speciali, per salire i suoi gradini, per convincere gli allenatori, almeno quelli dei “grandi”, perché Mimmo Caso, il suo tecnico nella primavera della Lazio, non lo trattò da bambino: “Mi fece capire che non era più il tempo di giocare”. Laziale, ha cominciato alla “Storta”, squadra del quartiere dove è nato, sulla Cassia, un nome che non è certo il manifesto programmatico di una grande futuro, ma che invece è stato per Marco il giusto trampolino per la fuga in avanti, verso il successo. Marco era già allora un attaccante piccolo, veloce, insidioso, con qualche terzinaccio appeso ai pantaloncini nel tentativo di bloccarlo. Da lì alla Lazio, prima la domenica allo stadio con suo papà (“è matto per il calcio, delle mie partite non se n’è persa una, o dal vivo o se le registra”), poi alle giovanili. Cresciuto nel mito di Giordano, poi di Di Canio, ma senza poster appesi dietro la porta. “In camera non ho mai attaccato nulla, né immagini di calciatori, né di cantanti o attori”. Però è un ragazzo di oggi con le sue passioni: ha una collezione di Cd tra cui pesca soprattutto quelli di Renato Zero e Vasco Rossi e una montagna di cassette, dove, quando può, sceglie le pellicole che hanno come protagonisti Alberto Sordi, Carlo Verdone, Stefano Accorsi, o meglio ancora Julia Roberts e Sandra Bullock. Oppure naviga su Internet, gioca alla playstation o si incolla al Tele+ per le partite di basket Nba, specialmente quelle dei Los Angeles Lakers di cui è grande tifoso, o per i grandi tornei di tennis, altra disciplina che lo affascina. Non manca, infatti, tra le sue mete, il Foro Italico per una full immersion negli Internazionali d’Italia.
Un ragazzo come tanti, senza “miti”, perché i miti possono anche essere fuorvianti: l’obbiettivo, infatti, bisogna averlo dentro, non attaccato al muro della stanza. Adesso, per esempio, il suo è chiaro: “La classifica dei marcatori non mi interessa; la salvezza del Parma viene prima di qualsiasi cosa”. Alberto Malesani l’ha voluto a Collecchio dopo il viaggio in provincia che gli fece fare la Lazio – forse affrettata nel cederlo alla Salernitana esaurite le esperienze non salienti, per non dire negative di Verona e Bari -, ma per un anno e mezzo Marco ha fatto panchina, gregario vittima di gerarchie più di nome che di fatto. “Malesani mi ha voluto a Parma e di questo lo ringrazio, ma io avrei aspettato un po’ di meno per farmi giocare” l’unico civile rilievo dell’aspettante punta. Poi, per un breve periodo, che qualcuno ha definito “la primavera di Parma” arrivò Arrigo Sacchi e Marco divenne subito titolare. Lo è ancora, anche perché Renzo Ulivieri lo ha confermato, offrendogli il “posto fisso” anche per l’anno successivo. E’ bastato il primo allenamento, in un freddo febbraio: Marco scattava su ogni pallone, filava rapido a inseguire i passaggi dei compagni, oltre la linea dei difensori. Il metodo giusto per conquistare l’Arrigo che quel giorno era un omino piccolo in panchina, quasi già intuisse le difficoltà psicofisiche che poi l’hanno condotto al gran (definitivo) rifiuto della panchina. Con Sacchi fu feeling a prima vista e Marco andò anche di corsa a tagliarsi la chioma biondo platino, buona per salotti, tribune e forse anche panchine, ma non per il titolare di una squadra di calcio di vertice (amnesie correnti escluse). “Quando si cambia un allenatore, si ricomincia da zero, perciò è importante farsi trovare pronti, farsi vedere. Sacchi mi ha fatto subito giocare”. Così fu e Marco Di Vaio ripagò la (breve, causa repentine dimissioni) fiducia di Sacchi con tre gol in tre partite.
Ora la situazione è cambiata, Marco non ha più nessuno davanti a lui. “Questo è il primo anno a Parma che ho responsabilità dall’inizio del campionato. Mi è successo anche a Salerno dove si aspettavano molto da me, dove c’è una passione enorme”. Di Vaio è cresciuto con Alessandro Nesta, uno difensore, l’altro attaccante, uniti dall’amicizia, a pelle, e dall’identica voglia di sfondare che si traduceva nell’impegno profuso negli allenamenti. I due si fermavano dopo gli altri sul campo, Nesta tirava i corner, Di Vaio calciava al volo. Ancora oggi, a fine allenamento, Marco si dedica con impegno alle prove dei calci di punizione. E’ un legame, quello con il capitano della Lazio, che ha resistito alla separazione forzata imposta dal calcio. “Con Alessandro ci sentiamo di meno di un tempo, ma quando io sono a Roma e ho un po’ di tempo, combiniamo. Quando un’amicizia è forte non è importante telefonarsi tutti i giorni”. Fu Alessandro che Marco corse ad abbracciare nel giorno del suo fulminante esordio in campionato, all’Olimpico, il 20 novembre 1994, Lazio-Padova 5-1. Entrato al 23’ del secondo tempo, Marco impiegò solo 9’ per segnare il suo primo gol in serie A, per scaraventarsi verso l’amico e meritare un “7” in pagella: “Un gol alla Giordano” scrisse la Gazzetta dello Sport.
Le pagelle sono importanti, ma ci sono altre cose che contano nella vita e Marco lo sa. Ad esempio ha scelto di fare il servizio civile a Parma insieme con Gigi Buffon. “Ci sono stati due motivi per fare questa scelta. Innanzitutto fare il servizio militare mi avrebbe portato via da Parma troppo tempo in un momento importante e poi perché pensavo che fosse più utile impiegare quel periodo in un modo più intelligente. Gigi prestava la sua opera in una comunità, io sono andato a parlare in giro nelle scuole di Parma. I bambini ti pongono delle domande a cui non puoi dare risposte fasulle, se ne accorgono subito”. Ci sono bambini nel futuro di Marco Di Vaio, c’è una famiglia, ma per ora c’è solo una bella casa da single, nel centro di Parma (“città bellissima da girare a piedi”) con trattoria casalinga dabbasso, dove un calciatore scapolo può trovare appoggio. “In cucina non combino niente, meglio un bel tavolo al ristorante, meglio se trattato come uno di famiglia”. Parma gli piace, anche se la legge del mercato e soprattutto dei giornali che su di esso erigono le loro fortune, lo ha già indirizzato verso un ritorno a quella patria che non lo volle profeta: la Lazio. “Io a Parma sto bene, non voglio andare via”. Infatti se gli chiedo l’attaccante con cui vorrebbe giocare, lui risponde canonico, preciso, fedele alla causa: “Mi trovo bene sia con Bonazzoli che con Sukur, con cui ci siamo intesi subito. Non cercherei nessun altro. Però se proprio dovessi scegliere direi Crespo, perché lo conosco e andrei a colpo sicuro”. In una precedente intervista ha parlato bene anche di Vieri “che da solo fa reparto, un vero trascinatore”.
Il futuro prossimo, per ora, più che un’altra squadra è la salvezza del Parma. “Non è mai successo che questa società si trovasse invischiata nella lotta per evitare la retrocessione. La faccenda, bisogna confessarlo, ci ha colto tutti di sorpresa. Nessuno si aspettava di finire in questa situazione di classifica. Non eravamo preparati mentalmente, ma poi, alla fine, ci siamo resi conto di quello che stava accadendo, dei nostri limiti e abbiamo tirato fuori il carattere”. Il futuro vero è il Mondiale giapponese, un biglietto per l’Estremo Oriente, la nazionale, l’azzurro, quest’anno agganciato due volte col Marocco (esordio) e con gli Usa. Marco è chiaro, le due cose, Parma e azzurro, sono intrecciate. “Di speranze ce ne sono tante, sognare non costa niente. Per me arrivare ai Mondiali sarebbe importante, ma può accadere solo tramite il campionato, tramite la salvezza del Parma”. Il Mondiale, il futuro, magari anche un posto dove si giochi meglio di qua. “Vero, qui da noi si gioca poco al calcio, ci sono pochi gesti tecnici, si pensa più a non prenderle che a darle, si gioca sugli altri. Le sole che riescono a fare qualcosa in più sono Roma e Juve”. Da esperto del ramo – gli attaccanti le prendono più degli altri – si mena di più? “Diciamo che si mena in tutte le zone del campo, c’è più esasperazione del gioco”. Perciò gli piacerebbe un’esperienza nel campionato spagnolo. “Laggiù si possono ancora ammirare partite spettacolari. Però a me, al settore giovanile, non mi hanno mai bloccato quando tentavo un dribbling, anzi, la prima cosa era saltare l’uomo. Quelli che dicono che la fantasia viene uccisa allora, raccontano storie”. L’aereo comincia a scendere verso Parma, compare la grande pianura. E il futuro fuori dal calcio? “Faccio fatica a pensare a domani. Però non mi vedo come allenatore, manager, dirigente di serie A. Mi piacerebbe restare nel calcio solo se potessi allenare i bambini. Quello è il periodo più bello, in cui puoi veramente insegnare qualcosa che resta dentro. A 15, 16 anni già non ti ascoltano più”. Già, forse ha ragione, lui che se ne intende. Marco Di Vaio sa raccontare, ma anche ascoltare. Una virtù rara, anche prima di questi tempi privi di valori.
(apparso su IL NUOVO CALCIO)
19 Febbraio 2003




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