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IL CALCIO, UN ROMANZO ENCICLOPEDICO
Il calcio, all’inizio, è stato uno sport violento. L’imperatore Xeng Ti, nel 25° secolo avanti Cristo, pretendeva che i suoi soldati praticassero, come addestramento alle armi, un gioco imperniato sul possesso di una specie di palla, formata di sostanze vegetali e ammorbidito in superficie da crini annodati che, secondo un’altra versione, erano soffici capelli di fanciulla. A Roma, qualcosa del genere facevano anche i legionari di Giulio Cesare, che, quando varcarono la Manica, probabilmente, segnalarono il gioco (harpastum, il passatempo preferito dall’esercito) ai britanni. Questi, un paio di millenni dopo, lo rivendettero a tutto il mondo. Un revisione storica un po’ azzardata? Forse, comunque, se non l’abbiamo inventato noi, di sicuro l’abbiamo reso, come e più di tutti, il gioco più importante del mondo. Il guaio è che il calcio è ancora oggi un gioco violento, non più per quello che succede in campo (o in modo molto marginale), ma soprattutto per quello che succede fuori.
In mezzo a questi due estremi, tra il Tsu-Chu dell’imperatore e il calcio degli ultrà da curva o da Tv, c’è un’avventura meravigliosa, quella del pallone, narrata, ora, anche dall’Istituto Treccani. Al calcio, infatti, è dedicato il primo dei sette volumi dell’Enciclopedia dello Sport, 905 pagine, con compendio di un Dvd, contenente due ore di spettacolo, tra cui le storie filmate di tutti i campionati del mondo, di quello d’Europa e di quello italiano, e un Cd-Rom con dati, statistiche, classifiche e indirizzi. Un vero testo sacro del football - come i britanni chiamarono il gioco che insegnarono loro i legionari romani - per togliersi qualsiasi curiosità, ma soprattutto per gustare il sapore della storia e riscoprire il calcio-calcio.
Sì perché il calcio è anche quello in cui viviamo, ma ce n’è un altro, magari disperso in vecchie immagini in bianco e nero, in filmati dove i giocatori sembrano protagonisti della comica finale. La Storia, cioè quello che c’è stato in mezzo, tra il calcio violento e il calcio violento. Un universo di fatti, di date, ma soprattutto di storie, di uomini e di squadre, di uomini che si inventarono le squadre. I campioni, ma anche i club, le tattiche e le contraddizioni. Un’enciclopedia da leggere come un romanzo, per recuperare un po’ di argomenti oggi ignorati. Perché non fanno audience. Il calcio, infatti, oggi parla su se stesso, non di se stesso.
Oggi noi siamo come il protagonista del bellissimo film taiwanese “Mangiare, bere, uomo donna”, un grande cuoco in pensione che ha perso il palato. Non sente più i sapori, non riesce più ad apprezzare il gusto diverso di ogni piatto. Poi, miracolosamente, il palato gli ritorna, proprio quando ha deciso di rifarsi una vita, di riprendere in mano il suo destino. Rileggere queste pagine, raccontate da alcuni dei più importanti giornalisti sportivi italiani sotto la guida di Giorgio Tosatti, che dell’opera è responsabile, raschiare particolari sconosciuti, è come riscoprire che il calcio non ha solo il sapore unico amarognolo delle polemiche e il volto dell’arbitro Moreno. Il calcio è il Cruzeiro, club fondato in una fabbrica di scarpe dello Stato di Minas dagli italiani della società Dante Alighieri. Il calcio è Valentin Angelillo che perse l’Inter per la maliarda Ilya Lopez. Il calcio è il c.t. Vittorio Pozzo che arretra i suoi mediani contro il Brasile – che aveva già prenotato l’aereo per Parigi, tanto era sicuro di vincere - nella semifinale del Mondiale del 1938 e trionfa stancando l’arrogante avversario. Il calcio è uno dei più grandi romanzi del ‘900, raccontato come un’Enciclopedia.
Roberto Perrone
(apparso sul Corriere della Sera)
7 Marzo 2003 |