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IL DIVERTIMENTO DI ENZO GAMBARO
MILANO - Genovese d'entroterra, Enzo Gambaro, si è ambientato bene a Milano. Non ha la faccia un po' così di chi annusa l'aria per catturare un improbabile refolo d’aria impregnata di salsedine. «Per un certo periodo è venuta anche mia madre, ma poi si è scocciata ed è tornata giù». Enzo viene da Pontedecimo, ma la sua vita, umana e professionale, è iniziata a Sampierdarena, dove da genoano è diventato blucerchiato. «I miei idoli erano Pruzzo e Damiani, andavo al "Ferraris" a vederli, poi sono finito nelle giovanili della Sampdoria». E' cresciuto tra i boschi di Orero, dove, si va in gita al primo maggio, per salame e narcisi. Il salame non torna dai prati dove le famiglie sistemano i plaid per la scampagnata, i narcisi sì. Enzo s’è allenato rubando negli orti e scappando al tradizionale contadino furente munito di forcone. «Mio zio Luigi faceva il macellaio a Orero, il suo salame era speciale. Il suo soprannome era "u milan". Un segno del destino, chissà. Mi viene da ridere: se gli avessi detto quello che sarei andato a guadagnare non ci avrebbe mai creduto».
Già, uno stipendio da calciatore racchiude in sé molte vite, ma forse non quella che uno vorrebbe conservare. Enzo Gambaro è rimasto orfano di suo padre Luigi a 6 anni. «Mio papà aveva una ditta che si occupava di ristrutturazioni. Ma mamma Luisa non ha mai fatto mancare nulla a me e a mia sorella Patrizia». Sampdoriano per due stagioni, con intermezzo a Prato, poi il lato sublime del football a Parma. «A livello calcistico, è stato il massimo. La Sampdoria? Ero chiuso da Briegel, ma penso che mi abbiano sottovalutato».
Il ragazzo che ha studiato poco e adesso, tornasse indietro, non si staccherebbe dai banchi, voleva fare l’attore e in un certo senso si è avvicinato al ruolo come opinionista Tv. Adesso è misurato nei toni e nelle polemiche, ma ai tempi? «Arrivai al Milan nell’estate del ’91. Acquisto avallato da Sacchi, ma trovai Capello. Un grande tecnico, molto intelligente a non asfissiare i giocatori. Persona schietta, ma non fu un rapporto facile. Comunque preferisco chi ti parla in faccia. Mai sopportato gli allenatori che fanno i furbi, che ti dicono una cosa e poi ne fanno un'altra. Lippi in questo è il massimo: chi lo conosce sa che è una persona perbene e simpatica». Era uno dei giocatori più richiesti sul mercato, ma finì al Milan a giocare 5 partite (più 11 l’anno dopo). «Anche se con Scala giocavo a sinistra, in realtà avrei potuto avere speranze sulla destra, al posto di Tassotti che veniva da un anno difficile. Ma Capello gli diede fiducia e fece bene: "Tasso" è il più grande terzino destro per la zona a quattro. E’ arrivato in Nazionale a 35 anni. Adesso vedo gente che vale un terzo di lui che ha il posto fisso a 25. Ho giocato poco, ma ho fatto la mia parte. Rimpianti? Non essere riuscito a diventare protagonista. Del resto, molti giocatori che ora sono in grandi squadre in quel Milan là non li avrebbero neanche considerati per la panchina». Gullit, Van Basten, gli italiani: rapporti al rosolio? «Nemici? Qualche piccolo litigio l’ho avuto. Ma se hai delle questioni, l'importante è affrontarle e muso duro negli spogliatoi. Al Milan si faceva così e ce la spassavamo anche. Però era un gruppo talmente forte che nessuno ci faceva caso». Era il Milan di Berlusconi «presidente di calcio». «A Milanello si "sente" la sua presenza. A me una volta disse che un terzino non deve solo saper fare cross, ma anche gol».
Faceva collezione di scarpe. «Una passione che mi è rimasta». Ha imparato tanto col computer. Ammira gli olandesi. «Frankie, agli Europei del 2000, ha fatto vedere il miglior calcio: si è dimesso perché l'Olanda non ha vinto in casa. Ma io aspetto Marco Van Basten. In campo aveva un'intelligenza calcistica straordinaria. Se tanto mi dà tanto, sarà un grande allenatore».
E' stato tra i primi ad andare in Inghilterra. «Gennaio 1996: battezzato come il primo italiano a usufruire della legge Bosman. Galliani si lamentò pure, manco gli fosse sfuggito un fenomeno. Mah. In Inghilterra dovetti fare un provino. Ma vi rendete conto: fanno gli esami a noi italiani e dei loro, qui, nessuno ha lasciato traccia. Poi sono andato in Austria, allo Sturm Graz. Troppo freddo: dopo un anno sono venuto via. Anche il mio cane Elvis non si trovava bene». Ha finito in C2 alla Triestina. «Io Filippo Galli lo ammiro, non so come fa, è proprio un'altra vita, insopportabile se hai giocato in serie A». Lavora per una società americana di management, con ufficio a Lugano. La sua fidanzata, l'ex miss Italia Eleonora Benfatto, è un volto di Telenova, emittente rivale della sua (Antenna 3). «Stiamo insieme da nove anni». Figli niente, magari più in là. Ha investito bene i suoi soldi. «I calciatori guadagnano tanto, è vero. Ma il problema non sono i primi 20 del mondo, ma quelli di fascia media che hanno stipendi da campioni: questa è la rovina». Vive bene, è sereno, si diverte. «A livello fisico non ho problemi, vado ancora forte, ma non potrei più sopportare i ritiri». Per il gusto del pallone gli è rimasto un piccolo club privato. «Ci troviamo in un campetto a sette dietro la chiesa di San Marco. Becca, il Tasso, io e altri ex». Senza arbitro, se non il pallone. Si dovrebbe fare sempre così. E invece siamo qui ad annusare l’aria che diventa sempre più irrespirabile.
Roberto Perrone
(apparso sul Corriere della Sera, serie scudetto per caso)
7 Marzo 2003 |