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SPORT E LETTERATURA: INTERVENTO AL CONVEGNO SU TESTORI
Prima di venire qua ho ripreso in mano i racconti del “Ponte della Ghisolfa” e in particolare “Il Dio di Roserio”. E’ un racconto bellissimo, naturalmente, ed è un racconto con lo sport. Non sullo sport, ma con lo sport. Non vi sono dubbi infatti che in quelle pagine il ciclismo, l’universo incredibile, misterioso, periferico del ciclismo dei dilettanti, degli amateur, dei giovani, sia elevato a strumento letterario. Le paure del Pessina, la tragedia del Consonni, i tentativi del Todeschi, presidente della “Vigor” di riportare il suo campione alle corse. Il Todeschi mi ricorda il Tosetto del mio romanzo, per la pervicavia con cui vuole obbligare il Pessina a ritornare alle corse. “T’ho fatto io”. E’ un grande romanzo sullo sport. Ecco io credo che da noi si faccia confusione, come su molte cose.
Lo sport per me, e in questo credo che, seppur nella diversità – naturalmente non voglio paragonare Zamora al Dio di Roserio – il percorso letterario mio e di Testori sia lo stesso, non è qualcosa di altro, qualcosa di cui scrivere. E’ un elemento letterario, è uno strumento per raccontare una storia, non è l’elemento fondamentale della storia. E’ come l’amore, la morte, la guerra, l’odio, l’amicizia, il sesso, il viaggio, uno dei grandi sentimenti-avvenimenti su cui è stata edificata la grande letteratura. Rileggendo il grande racconto di Giovanni Testori vedo lo sport come elemento di un romanzo. Non è un racconto sportivo, però, come, nel mio piccolo, anche il mio non è un romanzo sportivo. Sono romanzi.
In Italia gli esempi di scrittori che si sono cimentati con lo sport non per raccontare un avvenimento sportivo sono rari. Testori è uno dei pochi. In questi giorni, ad esempio, c’è in edicola “Schema libero” un libro della gazzetta dello sport fatta dagli scrittori che fanno parte dell’Osvaldo Soriano Football Club. Racconti anche molto belli, ma ancorati alla partita di calcio, all’idea che si debba raccontare l’avvenimento.
Testori non racconta il ciclismo, racconta gli uomini, i ragazzi, le situazioni che lo attraversano costruendo un racconto che nessuno può definire sportivo. Nel mio piccolo credo di aver fatto lo stesso.
Ho raccontato la storia di un uomo che non sa nulla di calcio e che, suo malgrado, deve inventarsi portiere. Il tema non è il calcio, è l’uomo, non è la partita, è la vicenda delle persone che compongono il teatro all’interno cui si svolge l’esistenza del protagonista.
Forse ho sbagliato nel titolo. Alla Feltrinelli di Piazza Piemonte l’hanno messo tra i libri sportivi. Mia moglie che mi fa da p.r. è andata a cercarlo. Quando l’hanno trovato ha chiesto perché stesse lì e loro hanno risposto: perché è la biografia di Zamorano. No, guardi, non è la biografia di Zamorano. Ah già, è la biografia di Zamora. No, non è neanche la biografia di Zamora.
Un piccolo esempio di come vengano considerati lo sport e la letteratura sportiva in questo Paese.
Purtroppo la colpa è anche degli scrittori. Anche loro, infatti, sono vittime della sindrome fantozzi, per cui il calcio va vissuto visceralmente. Non voglio raccontare storie di uomini e di donne travolti dal calcio, fare letteratura col calcio, ma mettersi, come fantozzi, davanti alla tv in occasione di Italia-Inghilterra. Birra gelata, frittatona e rutto libero.
3 Giugno 2003 |