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UN PUGNO PER "O REY"


Fu per <o rey> che tirai l’unico pugno della mia vita adulta. Non che io ricordi una fanciullezza da teppista, ma qualche scontro, per le vie del quartiere, per questioni d’onore (magari una considerazione eccessiva sulla mia stazza fisica) o di arbitraggio (per dirimere le questioni spinose sui gol-non gol nelle porte delimitate da due pietre), l’ho vissuto di certo. Ma quel pugno me lo ricordo bene, fu uno scatto di violenza di cui mi pento ancora adesso, anche se fece poco male. Più che altro fu un jab, un colpo di preparazione (a qualcosa che poi non venne), il braccio che scattava, ma senza l’accompagnamento, che l’avrebbe reso ancor più devastante, della spalla. Se adesso racconto che quel pugno lo tirai per Roberto Pruzzo, l’unico rey che io riconosca, a qualcuno può suonare strano, magari eccessivo. Ma il tifo è tifo. E noi supporters del vecchio Grifo siamo un po’ come quelli del Torino, caldi, nobili, feroci, seppure meno invadenti di loro. A volte mi chiedo se è perché nella storia rossoblù non c’è stato uno schianto nella nebbia o un giocatore scomparso tragicamente, poi mi convinco che è per la nostra indole. A noi non piace piangerci continuamente addosso, la nostra sfiga preferiamo viverla privatamente, senza ammorbare l'Italia intera, come fanno i cugini del Toro, brillanti e simpatici nella compagnia e nella conversazione (penso a Gramellini e a Ormezzano), salvo precipitare nella molestia quando devono cimentarsi con il loro <essere granata>.
E anche i nostri idoli sono meno idoli dei loro, più normali, gente che puoi incontrare nella vita di ogni giorno, come <o rey> di Crocefieschi, un ligure di baricentro basso come la sua parlata, un genovese strascicato, d’entroterra. Qualche anno fa, mi capitò di passare da Crocefieschi con mia moglie e le mie figlie. Fermai l’auto e scesi dicendo che dovevo respirare, almeno per un attimo, l’aria del <rey>. Quel giorno cominciò a chiedersi seriamente chi aveva sposato. Pruzzo lo vidi per la prima volta nel campionato 1973-74. Non fu un anno fortunato, anzi fu una vera schifezza. Eravamo tornati in serie A l’anno prima, ma la festa appena cominciata era già finita, come diceva una canzone di quegli anni. Pruzzo partiva riserva (dietro la coppia Bordon-Corradi), giovane di belle speranze a cui noi ci attaccavamo per arrivare a un’improbabile salvezza. Si vedeva già la stoffa di un grande attaccante. Trasformò, da solo, una desolante prestazione con la Juve in un assedio incompiuto: il Genoa giocò un tempo nell’area bianconera, Corso sbagliò un rigore che proprio lui, o rey, si era procurato. Finì 1-0 per loro e lo stadio intonò <ladri, ladri>. Me ne rammento spesso, quando leggo quelli che dicono che Moggi è un grande burattinaio. Ma questa è un’altra storia. Pruzzo mi piaceva perché era un attaccante come me, o forse è meglio dire che io ero come lui. Destro, sinistro, e malgrado quel fisico apparentemente negato per il volo, favoloso di testa. Non solo nell’elevazione, ma soprattutto nella capacità di interpretare il cross. Lui studiava la traiettoria e si piazzava al punto giusto. Come il 13 marzo del 1977. Una giornata incredibile, sotto tutti i punti di vista. Il giorno dopo compivo vent’anni e, con i miei genitori andai a pranzo da mia zia Egle, a Genova. Era una vecchia tradizione. Poi, con lei vestita di rossoblù, andavamo a piazzarci nella Nord, dove la zia mi sorprendeva sempre per la fantasia (eufemismo) del suo tifo. Quel giorno c’era il derby, quel giorno portammo anche mia madre allo stadio. Al pronti-via, come direbbe Cesarone Maldini, Zecchini, stopper della Samp, da trenta metri, mira alla tribuna e infila l’incrocio dei pali. Uno a zero. La mestizia (nei derby vincevano sempre loro) scende sul popolo genoano, malgrado la coppia d’attacco: Damiani-Pruzzo. Oscar pareggia. E vai. Secondo tempo. Rigore per il grifo: tira o rey: parato. Ri-mestizia. Ma o rey è grande e come tutti quelli come me, che sembrano un po’ stazzi e privi di slanci, in realtà si stacca dalla sua falsa pesantezza prima col sogno e poi realmente. E così o rey salta due metri (dalla prospettiva bastarda della gradinata opposta sembrava così) più alto di Zecchini e con un colpo di testa a pallonetto, proprio sotto la Sud, segna il gol della vittoria. Che giorno, ragazzi. Mi sembrava che il calcio fosse un destino ineluttabile che dovesse accompagnare la mia vita. In un certo senso era così, ma, proprio nel momento più <alto> nella mia vita di tifoso, mi innamorai di una ragazza a cui (contrappasso), del calcio fregava meno di nulla. Avevo portato mia madre al Ferraris, ma lei riuscii a portarla a stento una volta a vedere una mia partita. Così venne la stagione del grande tradimento e del pugno per colpa di o rey. Campionato 1977-78. Pruzzo gioca la sua ultima stagione al Genoa. A fine anno, lo sapevamo, sarebbe finito alla Roma. Io mi eclissai, forse fu per questo che o rey segnò solo 9 gol e sbaglia quello più importante accendendo la mia violenza. O forse perché il 30 aprile del 1978 andai a vedere Genoa-Inter nei distinti e non, come avevo sempre fatto, nella Nord.
La verità era che avevo superato l’età del razzismo ed ero diventato tollerante. Frequentavo, cioè, anche dei sampdoriani. Con un mio amico di quella stirpe avevano deciso di andare a vedere alcune partite, di entrambe le squadre, insieme, ma in territorio neutrale. Ma quello non era un incontro qualsiasi. Se il Genoa vinceva si sarebbe salvato. Rete di Castronaro, pareggio di Anastasi: questi particolari, lo confesso, li sono andati a recuperare sull’almanacco Panini. Io, di quella domenica ricordo solo un temporale terrificante, o rey e il pugno. Ero fradicio, il cielo era nero, quando, mancava pochissimo alla fine, l’arbirto fischiò un rigore per il Genoa. E’ l’addio di Pruzzo a Marassi, è il tiro-salvezza. Piove, o rey mette la palla sul dischetto, proprio sotto la Nord, ma io non solo nel posto giusto. Destro alla destra di Bordon. Il fango, la fiacchezza della conclusione, l’emozione, il mio sguardo che non cattura il suo? Chissà. Comunque Bordon si butta e para a terra. Fine. Praticamente è la retrocessione, dovrebbe succedere che vinciamo a Firenze, la domenica dopo, mentre alla Fiorentina basta uno 0-0 (e così sarà).
Eppure non ce l’ho mai avuta con lui. Anzi. Torno a casa e la sera ho una partita di pallone. Il campetto è ancora bagnato, ma non piove quasi più. Gli amici arrivano alla spicciolata, uno dopo l’altro, cominciamo a cambiarci. Siamo lì, vicino agli spogliatoi e si presenta un tifoso dell’Inter. E’ stato anche lui a Marassi, comincia a sfottermi, ridacchiando. Non so cosa sia successo. La delusione, la rabbia, la malinconia per un’epoca che finiva, per la fine della stagione del calcio-tifato, della giovinezza. Il braccio scattò. Fu un destro o un sinistro? Non fu violento, ma fece male, colpii il labbro in pieno, gli uscì un rivolo di sangue. Mi guardarono tutti sorpresi. Provai vergogna, pena, pentimento. Chiesi scusa e la cosa finì lì. O rey partì per Roma, io, praticamente, chiusi, per quattro anni, con le domeniche allo stadio. Poi mi ci sono ritrovato, intercettato dal mestiere. Per uno scherzo del destino, di Pruzzo ho scritto quasi nulla. Però l’ho sempre seguito, negli anni, pedinando il suo baricentro basso, i suoi baffetti, le sue finte lentezze da cui sbocciavano gol incredibili, le sue interviste in cui il genovese lento si imbastardiva col romanesco. Aspettavo il momento per dirgli che quel pugno, forse, l’avrei tirato anche se lui non avesse sbagliato il rigore. Però non avrebbe scheggiato la mia storia personale e, di rimando, anche la sua. Anche se, fino ad oggi, non l’ha mai saputo.
(apparso sul Guerin Sportivo)



3 Settembre 2003




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