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DAVANTI SOLO IL VENTO
testo per un tazebao della mostra del Lingotto dedicata allo sport per disabili
La corsa era al culmine. Le carrozzine – anche se definire così quei mostri velocissimi, tecnologicamente sofisticati può sembrare riduttivo – lanciate già in uno sprint vorticoso, quando due dei contendenti si sono urtati, sulla penultima curva. Le due carrozzine sono volate in alto, trascinando i corpi dei due atleti nel vuoto e la folla a un “ooohhh” di paura, di raccapriccio e, soprattutto, di fastidio. Era un giorno di settembre a Seul, Olimpiade del 1988, ed era la prima volta che assistevo a una gara delle Paralimpiadi. Era stata programmata tra non so più quali competizioni del programma ufficiale dell’atletica. Accanto a me un collega ha mormorato, scocciato: “Ma perché lo fanno?”. Questa domanda mi ha stretto in un angolo, perché io avevo avuto la stessa reazione pur senza il coraggio di esprimerla. Mi ha costretto a un riflessione, mi ha suggerito l’azzardo di una risposta.
Queste bellissime foto me l’hanno confermata, anche se non ce n’era bisogno. Non lo fanno per noi, per insegnarci un lato della vita che non conosciamo e che rifuggiamo come se il solo percorrerlo per qualche istante potesse ferirci, intossicarci. Ma non lo fanno neanche per loro, come se fosse una consolazione, un modo di dimostrare qualcosa. Lo fanno per la gara, perché è la gara che conta, come sa ogni vero sportivo. Ad una prima, sommaria osservazione potreste pensare che queste foto, che questi uomini e donne, contribuiscano al trionfo del principio del “partecipare”. Come se chi arriva primo non conti, sia secondario, rispetto all’esserci. Così ragionando offendereste questi atleti che sudano, faticano, corrono, saltano, nuotano, sciano, pattinano per vincere. Non si accontentano solo di esserci, che pure è importante. Perché lo fanno? Non è una sfida agli spettatori o al destino. Non c’è sociologia, non c’è sottile psicologia. C’è solo sport. Questa è competizione pura, gara, tenzone: gli avversari sono gli atleti che corrono nella corsia accanto o scendono su una pista da sci; gli avversari sono il traguardo, l’asticella, i paletti, il cronometro; gli avversari sono loro stessi, i loro muscoli, il loro cuore, il loro fiato. Perché lo fanno? Non per essere. Ma per essere primi, per avere il proprio nome in cima ai risultati, per essere campioni. Per quella sensazione unica che dà la vittoria in una gara sportiva: gli altri dietro, davanti solo il vento.
2 Novembre 2003 |